Intervento di Padre Aldo Trento alla presentazione del libro "Cronache dal mondo nuovo" (Ed. San Paolo)

Meeting Rimini 2005

Spero di riuscire a parlar bene perché ho i denti nuovi. Grazie a don Massimo (don Massimo Camisaca - altro relatore dell'incontro - Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo) e a Roberto (Roberto Fontolan - moderatore dell'incontro ed autore del libro) prima di tutto per quello che hanno detto che è una preghiera di lode al Signore che coincide con quella giaculatoria che accompagna le mie giornate “Non nobis Domine, sed nomine Tuo da gloriam”.
Sono qui solo per un’obbedienza e perché so che nell’obbedienza accade questa Verità, viceversa non sarei venuto. Perché la vita dipende da un’obbedienza perciò nell’obbedienza uno comprende nel tempo cosa vuol dire questo canto che per me, è una giaculatoria che recito possibilmente tutte le ore.
Che significa “non a me ma al Tuo nome”? Che significa “al Tuo nome”?
Per me, non conosco altro Dio all’ infuori di un Dio che ha dei volti. Il nome di Dio sono volti, è il movimento e la fraternità, è Paolino e adesso don Ettore. Questo è l’unico nome di Dio che io conosco per me nel cammino quotidiano.
Ho cinquantotto anni e non ho mai avuto paura di stare davanti al mio io che è l’avventura più drammatica, più affascinate, più rabbiosa se volete in certi momenti però più bella della vita. Camminare con il mio io, per vivere con il mio Dio.
E stando con questo mio io ho percepito l’abbraccio misericordioso di Dio perché ho percepito che il mio io è ontologicamente peccatore. Ho capito che il peccato non è questione di quantità, di bilanci, di metro, come ero abituato da anni: lui più, io meno, perché lui fa certe cose, io non le faccio o io non le faccio e lui non le fa. No, sono ontologicamente peccatore, abbracciato in ogni istante nella misericordia di Dio.
Per questo più che il Confesso, che recitiamo nelle Messa, mi piace il Confesso vecchio del messale spagnolo, e così comprendo la traduzione del Padre Nostro in guaranì fatta dal fondatore della città di San Paolo in Brasile che doveva tradurre “venga il tuo Regno” ed ebbe questa bellissima intuizione: “venga il tuo modo di essere”. E quale è il modo di essere di Dio? La misericordia che mi riabbraccia in ogni momento. Perché questa misericordia? Perché vivo di questa misericordia o di questa provvidenza? Perché da quando, come scrive Roberto nel libro, “ho avuto l’uso della ragione, il dramma umano mi ha sempre accompagnato”.
Sono sempre stato serio con la mia vita, con Dio no, ma con la mia vita sì.
Che cosa è l’umano? E che cosa significa il coraggio di attraversare tutto l’umano giorno per giorno? Perché tutti parlano dell’umano, ma che cos’è l’umano, che cos’ è il mio umano? Perché si possono dare mille risposte. Cosa significa attraversare come la barca il Pelago del tuo umano?
Senza rispondere a questa domanda, non si può capire quello che per me ancora oggi è il cuore della vita, il volantone del 1988 “Che cosa hai di più caro del Cristianesimo? Cristo stesso”. Ma come si fa a capire,come si fa a dire che Cristo è la cosa più cara e quello che deriva da Cristo,come?
Avevo ripetuto per anni “Cristo è tutto”. Come? Viene in aiuto il volantone dell’anno successivo che Giussani mi consegnò personalmente: “È necessario soffrire, perché la Verità non si cristallizzi in dottrina”.
La sofferenza, il parto, questa cosa che non avevo mai capito, perché il dolore mi ha sempre spaventato, e c’era proprio l’esperienza del dolore, della malattia, della disperazione, di quella malattia per dirla con Pavese che “è la non più voglia di vivere” che per anni mi ha tormentato e non capivo il perché.
Perché ad improvviso mi cade tutto? Perché ad improvviso non capisco più niente? Scoprire tutto l’umano nella sua grandezza è miseria, nella sua rabbia è mansuetudine, nei suoi desideri effimeri, assoluti ed eterni, nella gioia di vivere abbracciare tutto e nelle notti insonni di anni in cui uno bestemmia “Basta Dio non ce la faccio più!Non capisco cosa vuoi. Se chiedo qualcosa a mia madre me la dà, solo tu sei l’unico sordo. E non mi vedi come sto? Che non riesco più a muovermi, perché?”.
Che cosa poteva essere in quella situazione la libertà? La mia libertà, quando io ero determinato per cose che io non volevo e che oggettivamente non sono belle, che cosa centra la libertà se io non posso volere neanche quello che desidero di buono? Non riuscivo, non potevo soddisfare le mie emozioni, condurre la vita come sognavo vivere la mia vocazione che ho sempre amato come desideravo ed era inconciliabile con quello che stavo passando.
Ma cos’è questa libertà quando tu vuoi il meglio e non ci riesci proprio?
Domande che mi hanno tormentato per anni, quando vorresti che i tuoi sentimenti camminassero passo a passo con la ragione e non ci riesci e ami la tua vocazione e non ci riesci, tutto è chiaro, idee chiare e distinte perfette, ma i sentimenti non arrivano insieme, e perché arrivano sempre dopo? Perché prima arriva la ragione e il sentimento arriva sempre in ritardo, ed è quello che ti fa soffrire, che ti fa arrabbiare, quando vorresti che la ragione dominasse i tuoi sentimenti, e ti vedi impotente, in questa divisione il tuo io si dispera, e della disperazione, che cosa rimane?
Pensavo a Pavese che più volte ho letto, in quella notte, ultima d’agosto del 1950, anche per lui c’era una libertà? E allora perché lui si è suicidato? Ed io che cosa faccio? In questi momenti la libertà in che consiste?
Nella disperazione, lo ricordo come se fosse adesso, c’è stata come una piccola sommossa di una piccola luce nella mia vita, in quel momento ho alzato il telefono e ho chiamato don Giussani, e gli ho detto: “ Non ho più voglia di vivere, aiutami”.
Lui mi ha colto immediatamente senza passare attraverso la segretaria e mi ha detto “Chiamami quando vuoi. È il momento che diventi uomo finalmente. Quanto ti sta accadendo è un bene per te, per la Chiesa, per il movimento. Come vorrei che qualche prete ti facesse compagnia durante l’estate”.
E io l’ho guardato e ho detto: “Ma Giussani, tu conosci un prete che è disposto a perdere le ferie per stare un mese con un prete fuori di testa? Per stare con me, avere la pazienza di stare con uno che passa certe situazioni?”. E lui mi dice: “Va bene, vieni con me”.
Mi ha pagato un mese di vacanza a Corvara, tenendomi stretto, guardando se ogni mattina ero presente all’incontro dei novizi e dei postulanti del gruppo adulto.
Mi ha fatto fare tutti gli esercizi di quella estate. Terminata quella vacanza, o già prima, mi dice: “Adesso puoi partire”.
Ed io: “Ma come, non vedi in che condizioni che sono? Ma come fai a mandarmi in Paraguay, consegnarmi a don Massimo in quelle condizioni?”.
Lui: “Vai, mi sento sicuro di te”.
Mi ha accompagnato, mi ricordo, mi ha aspettato al Sacro Cuore, al volante Nori Grassi. Giussani davanti, io dietro, mi ha accompagnato a Linate e mi ha imbarcato sull’aereo.
Questa è stata la prima risposta a quella domanda che ho fatto prima della libertà: tutto può sparire dalla vita, però grazie ad una grazia, una storia, un’amicizia, è accaduto.
E con Giussani, l’incontro con don Massimo. Uno direbbe che è accaduto per caso; nelle condizioni in cui ero Giussani non sapeva cosa fare. Con la Congregazione era un disastro. Ho fatto impazzire i miei superiori, mi hanno spostato da nord a sud da sud a nord. Ma è la Provvidenza che guida le cose. E il Gius vedendomi in quelle condizioni, in una situazione terribile con la Congregazione a cui appartenevo, per dirla ridendo, mi confezionò come un pacco, mi mise il fiocco e mi consegnò a don Massimo.
Mi ricordo sempre quel mezzogiorno a Milano, l’incontro con lui che non conoscevo se non di fama e non sapevo cosa dire. Mi ha offerto il pranzo, però mi ha accolto, potenzialmente nella fraternità. Sentivo ora un abbraccio ancora più grande che mi stringeva. Però c’è voluto del tempo prima che questo rapporto fiorisse, quante volte mi diceva: “Ma il tuo rapporto con don Massimo come va, come non va, come è ma la tua appartenenza alla Fraternità?”.
Ma come è l’appartenenza, è una questione che si può misurare?
Ricordo che ad un amico alla fraternità ho risposto: “Guarda, può darsi che io a cena con te non esca, però io ti appartengo ontologicamente. Che poi emotivamente non ti senta, o preferisca cenare con un altro non significa niente. Perché l’appartenenza è qualcosa che appartiene al battesimo, che appartiene al fatto che don Massimo mi ha detto di sì”.
Per cui ho cominciato a pregare come sempre, perché la purezza, la castità, l’obbedienza, l’amore non è una cosa dell’uomo. Se la cosa è dell’uomo, significa che è una convenienza, il significato dell’obbedienza è che è una complicità non che sei un soldatino. L’obbedienza è un dono, come il mio celibato è un dono, come la mia verginità è un dono. Per cui non ho fatto che chiedere: “Signore, dammi l’obbedienza, dammi la grazia di riconoscere in don Massimo il mio superiore e il compagno di viaggio. Fa che cresca questo rapporto anche emotivamente,che possa diventare più bello più umano, che non sia burocratico”.
E così è accaduto, è accaduto ad un certo punto della vita. Chiedendo la dipendenza è nata la dipendenza come grazia, una dipendenza che avevo imparato a conoscere con Alberto, la misericordia quotidiana di Dio la definirei. Una amicizia radicale.
Un giorno in una discussione con lui gli dicevo: “So che tu sei il volto di Dio, io non ti ho cercato, tu neanche mi hai cercato. Giussani mi ha messo con te. Sono anni che stiamo insieme, ma chi ci garantisce che non sia la complicità, il tuo modo di condurmi e di guidarmi? Ti prego, per favore, prendi l’aereo, vai a Milano, parla con Giussani”. Andata e ritorno, così è stato. Perché l’amicizia non sono io che decido se è vera o no, l’amicizia mi è data, mi è dato il rapporto con Giussani, mi è dato il rapporto con don Massimo, il rapporto con padre Alberto.
Però la garanzia anche mi è data. E non è data da lui che mi dice: “Va bene”, è data da un Altro più grande a cui tutti e due apparteniamo che oggi si chiama don Massimo. Per cui questa amicizia di don Massimo è stata visibile in questo rapporto, poi lui se ne è andato e sono rimasto solo, solo in quella situazione, ed è lì in quel dolore che è nato il rapporto con don Paolo Pezzi, che ha cominciato a nascere tutto quell’insieme di opere perché quando un uomo è salvato non esiste più la questione faccio troppo faccio poco.
Il faccio poco, faccio tanto o faccio niente, è di chi non ha consapevolezza dell’io, di chi non sta in compagnia dell’io è il problema del più o del meno.
Chi vive l’io, vive tutto, e nel tutto, come dice Paolino, si scontra con la realtà e risponde. Per cui mai con Paolino ci siamo messi a discutere.
Non ci poniamo il problema dell’efficientismo o del pragmatismo, ci poniamo il problema dell’io e di come ci aiutiamo a stare davanti all’io. Per questo il Sacramento della Confessione va vissuto in prima persona l’ho vissuto non una volta alla settimana ma anche più volte alla settimana. Perché quando tu sei solo quale è la garanzia di una amicizia? Ascoltare il prete che mi diceva: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo. Penitenza il Salmo 8, basta, vai in pace”. Anche più volte alla settimana.
Il conforto della confessione: per questo non esiste la solitudine, esiste la solitudine che grida a Dio ma le altre sono tutte frutto della propria pochezza ontologica, della poca coscienza che si ha. E con questo la coscienza dell’Adorazione del Santissimo, da questa percezione di Dio come Presenza della mia vita, sentire questa passione perché tutti conoscessero Cristo. A volte scoprirmi con le lacrime agli occhi perché volevo che Cristo fosse amato, perché Cristo fosse conosciuto, poi un’altra crisi, in cui capivo che Cristo vuole radicalmente tutto. E lo capisco ogni giorno di più.
Vuole che viva per Lui, non per le cose che faccio. Perché Dio ad un certo punto è geloso di te, per questo che la mia vita è sempre stata accompagnata dal dolore e dall’allegria: dal dolore dello strappo, Dio vuole tutto. Dio vuole tutto, non qualcosa, ma tutto, tutto passa attraverso quel parto di cui parlava Mounier, per darti tutto.
E cos’è il tutto che ha dato, è quell’immensa carità che è iniziata quando per la prima volta ho raccolto un cadavere per la strada. È lì che ho visto il volto di Cristo che mi abbracciava, e quindi da questa coscienza di me come misericordia di Dio è nata la compassione verso qualsiasi classe di uomo. L’unica regola della clinica è la posizione di adorazione: star davanti al malato in ginocchio, perché è l’unica maniera affinché il malato possa affrontare la morte senza la paura e sinceramente da quel giorno neanche la morte mi fa così paura. Ne abbiamo mandati in Paradiso in un anno e mezzo più di un centinaio tutti sorridenti. Termino con due esempi.
Dora, una donna raccolta nella favelas, rabbiosa come un cane, arriva alla clinica prende i pannoloni e li lancia addosso alla bella infermiera di vent’anni.
L’infermiera si pulisce e le sorride, alcune settimane dopo la vedo con unghie pittate e dico: “Dora, ti sei riconciliata con te stessa e con il tuo io?”. “Sì, padre” e mi accarezza, e si confesserà, si comunicherà, mai nessuno l’aveva amata.
Quell’altro malato di Aids che dice: “Padre, ho avuto un unico amico nella vita, l’Aids, perché grazie all’Aids ho incontrato questa clinica, ho incontrato l’amore, ho incontrato Gesù, perché il 10% me lo daranno i retrovirali ma il 90% me lo da l’amore, per questo ringrazio Dio”.
Termino con una frase di Santa Bernardetta: “Volete che non sappia che la Madonna mi ha scelto perché ero la più ignorante? Se avesse trovato una più ignorante avrebbe preso lei”. Ecco, io nella mia vita questo lo vedo, Dio sceglie i cretini e gli ignoranti per fare quello che vuole. Sceglie i peccatori perché se io non lascio lavorare Dio perché sono onesto Dio lo offendo perché è venuto nel mondo per lavorare e il lavoro di Dio è nel perdonarmi e nell’abbracciarmi. Questa è la parrocchia di San Rafael.

Padre Aldo Trento