Il
fondatore di CL rilegge le vicende del ’900:
«Contro il nichilismo, un nuovo abbraccio tra fede e ragione».
«Si è svalutata la realtà dicendo che tutto era nulla: Montale ha dato voce a un
paradosso che si redime nella mistica»
Intervista di Renato Farina su
Avvenire del 29 ottobre 2004
Don
Giussani, lei ha detto: la fede genera una cultura, una cultura nuova. Ecco, la
fede in che rapporto sta, allora, con la razionalità?
«La
fede compie, salva la ragione. La compie, perché la ragione aspira a qualcosa
che non riesce ad afferrare, a spiegarsi. La fede salva la razionalità, che ne è
come la grande premessa. La razionalità è una premessa alla fede, è come il
campo immediato in cui entra in tensione l'avvenimento di Cristo. La
razionalità, infatti, noi l'abbiamo sempre definita come quel livello della
natura in cui la natura prende coscienza di sé; ma prende coscienza di sé
secondo la totalità dei suoi fattori. Ora, fattore della realtà è anche quel
"punto" che noi chiamiamo "di fuga", quel "punto di fuga", quel punto in cui la
realtà diventa segno di altro e per cui la conoscenza di qualsiasi cosa segnala
l'insopprimibile esigenza di qualcosa d'altro oltre i fattori razionalmente
enucleabili e dimostrabili. La ratio, la ragione, non decifra il Mistero, ma
rivela il segno della Sua presenza in ogni esperienza umana. «Sotto l'azzurro
fitto / del cielo qualche uccello di mare se ne va; / né sosta mai: perché tutte
le immagini portano scritto: / "più in là!"», diceva Montale in una poesia che i
nostri ragazzi hanno spesso studiato. Il grande poeta norvegese Pär Lagerkvist,
in una poesia della maturità, sinteticamente esprime una percezione del mondo
che contiene un estraneo grido; c'è un grido dentro le cose, e non c'è nessuno
che oda questo grido: «...Non c'è nessuno che ode la voce / risonante nelle
tenebre; ma perché la voce esiste?». È incomprensibile, inspiegabile; ma "perché
la voce esiste?". Nessuno riesce a udirla e a decifrarla. Perché esiste? È al di
là delle nostre capacità. Ognuno di noi, in ogni sua esperienza cosciente,
auto-cosciente, ne percepisce la presenza, come "punto di fuga" di ogni
perimetro di propria esperienza. Perciò la fede, asseverando la presenza di
questo Mistero attivo tra gli elementi decifrabili dalla ragione, completa la
razionalità dello sguardo, intesa come singola esperienza o concezione del
tutto».
Può
disegnarci, in pochi tratti, la situazione e i problemi della cultura cattolica
in Italia in questo Novecento?
«La situazione e i problemi della cultura cattolica in Italia nel Novecento?
Riassumo: una teologia precisa, ortodossa, in un mondo culturale cattolico quasi
inesistente, pur dopo i grandi bagliori del tramonto della seconda metà
dell'Ottocento, come Rosmini, Manzoni, Fogazzaro, Vito Fornari, e qualche altro.
Ciò che domina il mondo moderno, più che una anti-religiosità, è una passione
religiosa, cioè una espressa passione della ricerca e della eventuale
affermazione di un senso della vita, cioè di un Mistero che dia il senso della
vita («C'è una meta - diceva Kafka -, ma non una via»). Una passione religiosa,
a mio avviso, qualifica tutto - tutto! - il mondo moderno. Ma non è una passione
cristiana. La passione cristiana, infatti, è la meraviglia, lo stupore,
l'attenzione a un fatto particolare avvenuto nella storia: un uomo che si è
detto Dio. Per questo fatto non c'è nessuna attenzione nella cultura moderna,
tant'è che anche la teologia cattolica ha, alla fine, ceduto molto al "bultmanesimo"
e alla teologia della "morte di Dio". Dunque, l'isolamento nella coscienza di un
interesse pur autenticamente religioso, più che propriamente cristiano, tentò di
scoraggiare i miei entusiasmi di seminarista seriamente discepolo di severi
maestri. E a recuperare le sorti nell'animoso tormento non servì un maritainismo
interpretato minuziosamente in senso contrario a Le paysan de la Garonne. Nel
frattempo, la poesia italiana, l'arte, lanciava l'interpretazione della realtà
come nichilismo. La poesia a mio avviso più bella di tutta la prima metà del
secolo, in Italia, è questa di Montale: «Forse un mattino andando in un'aria di
vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: / il nulla alle mie
spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco. // Poi come s'uno
schermo, s'accamperanno di gitto / alberi case colli per l'inganno consueto. /
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto / tra gli uomini che non si
voltano, col mio segreto». L'effimero delle cose: oggi ci sono, domani non più.
È la scoperta che tutte le cose sono niente: "Il vuoto dietro di me, con un
terrore di ubriaco". Ma la stessa identica esperienza che si descrive in Montale
è l'esperienza del mistico, del mistico religioso cristiano che, vedendo le cose
così concrete - la faccia così afferrabile, il corpo così abbracciabile, il
cielo e la terra così evidenti nel loro grande spazio -, dice: «Com'è grande il
mondo, com'è potente la realtà; permanente è la realtà, niente può vincere la
realtà. Domani tutto quello che vedo oggi non ci sarà più. Non c'è più! Allora
la realtà è tutta segno della parola di un Altro. È un Altro che io stimo, amo,
ascolto, servo, riconosco continuamente e sempre di più. Un Altro: è il Mistero
che sta dietro». Il mistico vede in ogni cosa il Mistero che crea la cosa, che
la sta facendo nell'istante. Chiedevo ai ragazzi a scuola: "Chi ha ragione? Ha
ragione Montale o ha ragione il mistico?". Ha ragione il mistico, perché le cose
ci sono! Non si può spiegare una cosa che c'è riducendola a zero, dicendo che
non c'è, dicendo che è niente».
©
Avvenire
29 ottobre 2004