Fede e cultura secondo don Giussani
intervista di Renato Farina su "Il Domenicale" del 30 ottobre 2004
La prima domanda è questa: don Giussani – che strano paradosso –
ho letto nei giorni scorsi un suo testo recente, dove lei nega
che la fede sia una cultura, e adesso è qui a ricevere il premio
della cultura cattolica...
Noi diciamo che la fede cattolica non è cultura nel senso che
essa non si presenta al mondo come proposta di una cultura
nuova. L'oggetto della fede «avviene», è cioè un avvenimento.
Tanto che san Giovanni dice: «Chi non riconosce che Gesù Cristo
è venuto nella carne è anticristo». Si tratta di un fatto, di un
avvenimento totalizzante.
Perché se è vero che quell'uomo è Dio fatto figlio di una donna
– che percorreva le strade del mondo come le percorriamo noi,
anzi, ha osato dire: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo » –, si tratta di un avvenimento totalizzante,
«cattolico », per natura sua. «Cattolico» vuol dire «secondo la
totalità».Questo avvenimento, infatti, investe l'uomo qua talis:
che Egli sia presente tra noi mi investe come uomo così come
sono, secondo la totalità dei fattori della mia personalità e
secondo tutte le sue espressioni. Fede è riconoscere, quindi,
una presenza.
Fede è riconoscere una presenza, la presenza in un uomo di
qualcosa di più grande: è una partecipazione al Mistero che
tutti per una grazia possono percepire, riconoscere, al di là
del volto delle cose, del volto effimero delle cose. Omnia in
ipso constant, diceva san Paolo, «Tutto consiste in Lui»: in
Lui, figlio di una ragazza di quindici o diciassette anni. San
Tommaso ha in proposito un'immagine abbastanza semplificante:
«Se tutto lo scibile fosse scritto in un libro – egli dice –, io
tralascerei la lettura di tutti gli altri libri e leggerei quel
libro. Liber autem est Christus, questo libro è Cristo».
In che
senso, allora, si dice che la fede diventa cultura, se questo libro è Cristo?
Mi
sovviene un'altra frase di san Paolo: «Egli – Cristo – è morto per tutti,
affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è
morto e resuscitato per loro». Questa frase, per noi, è come l'insinuazione di
una vera definizione di cultura: per chi l'uomo viva. Tutto è riconducibile a
questa domanda: per chi l'uomo viva. Se l'uomo vive per se stesso, il punto di
vista dell'orizzonte culturale è identificato da una autonomia, reale o
illusoria che sia. È illusoria quando, esistenzialmente, il vivere per sé
significa essere schiavi del potere di fatto, ultimamente dello Stato. Se,
invece, un uomo vive per quella Presenza grande, ultima e massimamente vicina –
la presenza di Cristo –, al suo sguardo umano il mondo diventa più vasto e,
nello stesso tempo, più minuziosamente imponente, come lo era sotto gli occhi di
Cristo, che guardava lontano, verso l'orizzonte di tutti i campi, e segnava il
piccolo fiore di campo che aveva ai suoi piedi.
Le cose, quindi, diventano più vere, cioè (e questo «cioè» è molto importante
nelle nostre conversazioni) più corrispondenti alle esigenze profonde dell'uomo
stesso, alle esigenze profonde di quello che Dio ha creato come uomo, a quelle
esigenze profonde dell'uomo che
Ma,
stringendo, in che senso la fede diventa cultura, allora?
La fede, mi pare, è sorgente di cultura proprio in quanto diventa principio di
una percezione, di una conoscenza nuova del mondo, della realtà: come origine,
come dinamismo, che ne costituisce l'effimero esistere, e come scopo. Questa
nuova percezione della vita come tale, della realtà che mi tocca e in cui mi
imbatto come tale, è descritta di nuovo da san Paolo: «In conclusione, fratelli,
tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è
virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri».Questa fede
che diventa cultura, dunque, è come un investimento nuovo del mondo che porta
più bellezza e più utilità, più precisa utilità, a tutto. In questo senso, la
fede è suggerimento anche, evidentemente, di una prassi nuova sulla realtà
(spazio, tempo e uomo), di un nuovo significato vissuto di uomo. C'è una frase
di Romano Guardini che illustra bene, come esempio e come simbolo, quello che io
vorrei dire: «Nell'esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un
avvenimento nel suo ambito». Se una ragazza ama un ragazzo, tutto ciò che accade
a quest'ultimo, l'andare a militare, il tornare da militare, il trovare lavoro,
una fatica fatta sul lavoro, se è pallido, se sta bene, se non sta bene, se va
lontano perché i suoi si spostano di casa, tutto rientra: nell'esperienza di un
grande amore tutto rientra, come avvenimento, nel suo ambito. Ma quale più
grande amore può avere l'uomo se non quello che ha di fronte alla presenza di
Cristo, questo uomo che ha detto: «Io e il Padre siamo una cosa sola», «Senza di
me non potete fare niente»? Quella sera, durante l'ultima cena, al lume fioco
delle fiaccole, erano là, con la testa bassa, chissà, o attenti, con gli occhi
fissi su di Lui, a sentire quel loro amico dire: «Senza di me non potete fare
niente». Comunque, nell'esperienza di un simile rapporto, tutto quello che
accade diventa un avvenimento nel suo ambito: vivere e morire, vegliare e
dormire, mangiare e bere, come dice san Paolo.
Questa è
la cultura cattolica. Ma dove va a finire la criticità in questa presa di
coscienza del reale?
Lo sguardo
alla realtà con negli occhi
La fede compie, salva la ragione. La compie, perché la ragione aspira a qualcosa che non riesce ad afferrare, a spiegarsi. La fede salva la razionalità, che ne è come la grande premessa. La razionalità è una premessa alla fede, è come il campo immediato in cui entra in tensione l'avvenimento di Cristo.La razionalità, infatti, noi l'abbiamo sempre definita come quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé; ma prende coscienza di sé secondo la totalità dei suoi fattori. Ora, fattore della realtà è anche quel «punto» che noi chiamiamo «di fuga», quel «punto di fuga», quel punto in cui la realtà diventa segno di altro e per cui la conoscenza di qualsiasi cosa segnala l'insopprimibile esigenza di qualcosa d'altro oltre i fattori razionalmente enucleabili e dimostrabili. La ratio, la ragione, non decifra il Mistero, ma rivela il segno della Sua presenza in ogni esperienza umana. «Sotto l'azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ “più in là!”», diceva Montale in una poesia che i nostri ragazzi hanno spesso studiato.
Il grande poeta norvegese Pär Lagerkvist sinteticamente esprime una percezione del mondo che contiene un estraneo grido; c'è un grido dentro le cose, e non c'è nessuno che oda questo grido: «...Non c'è nessuno che ode la voce/ risonante nelle tenebre; ma perché la voce esiste?». È incomprensibile, inspiegabile; ma «perché la voce esiste? ». Nessuno riesce a udirla e a decifrarla. Perché esiste? È al di là delle nostre capacità. Ognuno di noi, in ogni sua esperienza cosciente, autocosciente, ne percepisce la presenza, come «punto di fuga » di ogni perimetro di propria esperienza. Perciò la fede, asseverando la presenza di questo Mistero attivo tra gli elementi decifrabili dalla ragione, completa la razionalità dello sguardo, intesa come singola esperienza o concezione del tutto.