Intervento di don Luigi Giussani al Meeting di Rimini il 28 agosto 1985
Fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico.
"Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità – dice Teilhard
de Chardin – non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è
né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la
più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che
è la perdita del gusto di vivere". Quando ho detta questa frase
mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve
essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva
andarlo a sentirlo chiedendosi: "Cosa dice costui? Parla della
Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della
responsabilità dell’uomo". Però poteva farsi anche un’altra
domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente,
senza che essa ne fosse cosciente: "Costui, perché dice queste
cose?" E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si
sarebbe sentito rispondere: "Perché ama l’uomo". Prese un
bambino se lo strinse al seno e disse: "Guai a colui che torce
un capello al più piccolo dei bambini" e non parlava di torcere
fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un
po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini
morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava
di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si
scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza
dietro il feretro e Lui domanda:" Cosa succede?" "E’ una donna
vedova. Le è morto l’unico figlio". Fa un passo avanti e dice:
"Donna, non piangere". O ancora: "Che importa se ti prendi tutto
quello che vuoi e poi perdi te stesso?. Che cosa darà l'uomo in
cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto,
della venerazione, dell'attaccamento, dell'amore, della fiducia,
della responsabilità verso la persona. La persona: l'amore
all'uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma
forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo,
perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo
non è nato Per fondare una religione, è nato come passione per
l'uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se
parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo
all'ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato
erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero,
potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la
presenza,, perché il loro valore era indipendente dalla loro
capacità di potere o di servire al potere. L'uomo, il figlio di
donna, l'uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo 11,
non l'uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l'uomo figlio di
sua madre e suo padre: e l'amore all'uomo, la venerazione per
l'uomo, la tenerezza per l'uomo, la passione per l'uomo, la
stima assoluta per l'uomo. La frase di Teilhard de Chardin mi ha
richiamato una frase del Vangelo: "Vi ho detto tutte le cose che
vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia
sia piena". Gioia: è l'unica voce, quella cristiana, che può
usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o
rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: "Il
loro angelo (l'angelo dei bambini) vede la faccia del Padre
mio". L'uomo è grande perché è in rapporto con l'Infinito, ma un
rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un
paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha
paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? lo
ne ho molta, e infatti raramente la uso. Questo "insondabile
mistero", come diceva Einstein, tre giorni prima di morire al
grande matematico Francesco Severi, "che sottende ogni ricerca",
questa "ombra che non si può staccare da noi" diceva Whithead,
questa implicazione ultima della ragione, intesa come coscienza
della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. "Tutta la
legge dell'umana esistenza sta solo in questo: che l'uomo possa
inchinarsi all'infinitamente grande", diceva Dostoevskij.
Proprio per questo, comunque lo si concepisca, questo
infinitamente grande è legato alla nostra esistenza. Con un
termine drammatico, la Bibbia parla di "alleanza",
un contratto sostanziale, essenziale ed esistenziale: l'alleanza
della creazione. Questo infinitamente grande è legato alla
nostra esistenza per quello stupore che assicura l'emozione
della novità, senza cui la vita sarebbe noia mortale, per cui
Dio ci si impone come la struggente attrattiva del reale,
dell'essere; per quel brivido della ragione per cui Dio appare
come la consistenza che ci mantiene sopra l'abisso del niente;
per quella dipendenza inevitabile dagli avvenimenti, per cui Dio
ci determina come Destino. Ma dunque, se Dio è legato a noi, se
ne può parlare? Se ne deve parlare, nel senso che non è
possibile non parlarne, comunque lo si concepisca. C'è un solo
modo per non parlarne: non pensare. "Chiuso fra cose mortali
anche il cielo stellato finirà. "Perché bramo Dio?" E’
l'interrogativo appassionato di Ungaretti che era così
esplicitato da Reiner Maria Rilke: "Spegnimi gli occhi e io ti
vedo ancora; rendimi sordo, ed io odo la tua voce; mozzami i
piedi, ed io corro la tua strada. Senza favella, a te io
scioglierei preghiere. Dirompimi le braccia ed io ti stringo col
cuore mio, fatto repente mano: se fermi il cuore, batte il mio
cervello, ardi anche questo ed il mio sangue allora ti
accoglierà Signore in ogni stilla". Per questo, per questa
implicazione fisiologica, con timore e tremore, ripeto: Dio ha
bisogno degli uomini. Così ci si è rivelato. Il titolo del
bellissimo e dimenticato film di Delannoy, è un paradosso,
certo, ma è vero: Dio si è reso bisognoso dell'uomo per il modo
in cui ha agito. Noi non possiamo che esprimerci con queste
formule: aver bisogno senza che si avesse avuto bisogno è amore.
L'amore nella sua purità, per tutti nostalgia tanto quanto
normalmente non è esperienza, nella sua gratuità assoluta. Dio
si è reso bisognoso dell'uomo perché l'ha creato libero, gli ha
partecipato questa sua suprema capacità di possesso di sé, e, in
secondo luogo, perché si è fatto uomo, si è reso storia! Dal
Mistero dei santi innocenti di Péguy: "Chiedete a un padre se il
miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo
come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente,
gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano
crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un'ora segreta, un
momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a
diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo,
libero! L'amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui
figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una
elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione
precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini,
l'amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a
uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a
quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d'uomo che
incontra uno sguardo d'uomo. Ora io sono il loro padre, dice
Dio, e conosco la condizione dell'uomo, sono io che l'ho fatta,
non chiedo loro tropo, non chiedo che il loro cuore, quando ho
il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le
sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo
da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo
nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo
da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione
da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno
sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è
meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio
figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa
gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di
essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da
dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una
tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho
sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità,
per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare
all'uomo la libertà..." Ma questa capacità energica di aderire
all'essere, in cui sta la libertà, ha in sé un meccanismo
tremendo, come un mistero, Pegury dice "mistero dei misteri". La
libertà si realizza come scelta, come opzione. Direbbe Althusser,
in quel suo terribile giudizio: "La differenza tra il credere
nella esistenza di Dio e il marxismo non sta in una ragione, è
una pura opzione". Scelta di che? Accettare o non accettare
l'Essere. Questa è una scelta che si ripropone ogni giorno,
perché noi ogni mattina ci alziamo e ci poniamo di fronte alla
realtà con lo sguardo spalancato, aperto, ingenuo di un bambino,
pronto a dire pane al pane, vino al vino. "Sia il vostro dire
sì, no; ogni altra parola viene dalla menzogna". Oppure ci
alziamo con il gomito a coprire la faccia, guardinghi, per
difenderci dalla realtà (accettare o meno l'Essere, la propria
madre o Dio è lo stesso, la posizione è identica), accampando
pretesti anche contro l'evidenza, naturalmente. E se si
accampano pretesti, allora non è solo negazione, ma è menzogna.
Le ragioni, i pretesti fondamentali, sono il dolore, in tutti i
sensi, anche il dolore del proprio sentirsi venir meno, o la
pretesa, la volontà di affermazione dell'uomo, non di sé,
badate, non del proprio io, ma dell'uomo, appunto, alla
Feuerbach ...Forse l'esempio più impressionante della prima
ragione, il dolore dell'uomo, è una famosa poesia di Montale che
mi permetto di citare: "Forse un mattino, andando in un'aria di
vetro arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo; il nulla
dietro di me, il vuoto alle mie spalle con un terrore di
ubriaco. Poi come su uno schermo si accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l'inganno consueto, ma sarà troppo
tardi. Ed io me ne andrò zitto, tra la gente che non si volta,
col mio segreto". Quando ho letto questa poesia di Montale,
improvvisamente, mi è parso di comprendere; perché questa è la
posizione in cui si accende l'intuizione e l'esperienza mistica,
questa percezione immediata del nulla delle cose,
dell'inconsistenza di tutto, dell'effimero, è anche l'inizio
dell'esperienza dell'Essere di cui tutto consiste e che tutto
sostiene. Rerum Deus tenax vigor", "O Signore, tenace
consistenza di tutte le cose": qui invece, dalla stessa identica
esperienza, si ha il nichilismo: è una pura opzione. Giustamente
Pegury parla del "mistero dei misteri", la libertà.
Indubbiamente, da un punto di vista astratto, Montale non spiega
una cosa (l'errore è costretto sempre a dimenticare o a
rinnegare qualcosa): perché le cose sono, effimere (l'illusorio
è già una valutazione) ma sono. Mentre un esempio tremendo
dell'affermazione di sé (ma nell'affermazione di sé è
l'affermazione della libertà dell'uomo), è un noto brano di
Nietzche: "Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e
pianse. Poi disse: "Questo ardente desiderio del vero, del
reale, del non apparente, del certo, come lo odio!" Tutta
l'imponenza del mistero del reale, se l'uomo non lo riconosce, è
come niente. Il vuoto dietro di me. A come un nulla, non perché
non ci sia, ma perché non è riconosciuto. E in questo senso
Tischner, commentando le poesie di Papa Wojtyla, dice che "per
Papa Wojtyla l'uomo permette a Dio di essere un Dio". Dio, per
essere riconosciuto come Dio, deve in certo qual modo attendere
questa scelta, ma la negazione non può non corrispondere ad un
ultimo atteggiamento di ira, sottile o clamorosa; ad una
affermazione irosa, sorda, o potente. In quest'ira l'accento non
è sull'affermazione di sé, della propria personale umanità, ma
sul rifiuto di qua1cosa che è dato. E’ il rifiuto all'atto di un
Altro, rifiuto della propria condizione umana in quanto è data,
rifiuto della propria natura, rifiuto di una gratuità
originaria. Stranamente, l'accento non è innanzi tutto
sull'orgoglio, sulla volontà di affermazione di sé, perché
l'uomo, nella concretezza della sua persona, piuttosto si
dissolve. "Chi non crede più in Dio -diceva Claudel nelle sue
grandi Odi - non crede più nell'essere, e chi odia l'essere odia
la propria esistenza". Ma come mi è piaciuto leggere in Un uomo
di Oriana Fallaci questa osservazione: "L’amara scoperta che Dio
non esiste, ha ucciso la parola destino". Ma negare il destino è
arroganza; affermare che noi siamo gli unici artefici della
nostra esistenza è follia, la follia con cui Sartre diceva: "Le
mie mani?! Cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile
che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da esso per
sempre". Quanto più stringi e afferri, sei condannato a
percepire, a sperimentare una lontananza: nessun nesso è
possibile. E’ l'io che si dissolve, centro di relazione e di
abbraccio, di affermazioni e di collaborazione. Per questo il
dissolvimento giunge fino al punto in cui Moravia ne La noia
parla della "assurdità di una realtà insufficiente, ossia
incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza". Che
terribile morte della ragione misura di tutte le cose, che non
ha accettato di essere coscienza ammirata e stupita di una
realtà non sua, che diviene sua nella misura della sua
obbedienza, del suo sguardo bramoso, desideroso, spalancato in
una accettazione, continua. C'è comunque un'alternativa alla
negazione di Dio, c'è un'alternativa al rifiuto di una
responsabilità di fronte alla domanda, al bisogno espresso di
Dio verso di noi. Dentro il mistero della libertà, l'alternativa
alla dimenticanza e alla negazione di Dio, dice il profeta
Geremia, "è prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani".
Ma nella società attuale, per il meccanismo potente in cui tutto
viene articolato e organizzato, è inevitabile che questo
prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani diventi
prostrarsi di fronte al potere: quanto meno ne siamo coscienti,
tanto più vi siamo soggetti. "Si è riusciti a far capire" -dice
Milosz, il grande Nobel per la poesia 1984 - all'uomo che se
vive è solo per. grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il
caffè e a dare caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà
la mano mozzata". Il male, che filosofia e letteratura
definiscono e descrivono, si rifrange in noi, nelle mille azioni
di ogni giorno. Totalmente o in parte, esse sono strappate al
disegno del mistero, all'ordine ultimo, a causa del rifiuto
della gratuità. Questa negatività, questa incapacità di
perfezione è l'avvenimento esistenziale più tragico per l'uomo
cosciente di sé. Sempre io ricordo ai miei amici giovani
l'espressione letterariamente più tragica di questa
consapevolezza, la finale del Brand di Ibsen, quando colui che
per tutta la vita ha ricercato l'attimo perfetto, l'atto
interamente umano, ritto vicino alla sua capanna, mentre il
tuono della valanga che lo travolgerà oramai sta compiendosi,
grida: "Rispondimi, o Dio, nell'ora in cui la morte mi travolge:
può tutta la volontà di un uomo ottenere un atto solo perfetto'.
Un atto solo umano? Per questo io ricordo con emozione, e anche
con umana paradossale gratitudine, le parole di una persona che
stimo profondamente, a proposito del peccato: "Il peccato sono
forse io". L'affermazione sembra capovolgersi: l'uomo ha dunque
bisogno di Dio per essere uomo? Come risposta Dio si fa uomo, si
coinvolge. Certo, chi ha molto senso drammatico della vita, è
molto vicino al cristianesimo, gli è molto più facile capirlo.
Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge con l'uomo come
compagno reale di cammino, totalmente familiare, accende un
dialogo immediato senza lunghi, solitari ed ambigui spazi
interpretativi. Così Dio si rende bisognoso degli uomini proprio
come uomo. Ed è a questo punto che l'opzione si gioca in modo
più drastico e diventa dramma storico e tragedia del pensiero.
In nome dell'autonomia della verità umana, in nome, cioè, del
suo modo di concepire l'ultimo, quello che noi chiamiamo Dio,
perché è inevitabile l'implicazione dell'ultimo nel dinamismo
della ragione, l'uomo respinge con violenza, fino alla nausea,
questa presenza amorosa che ha bisogno dell'uomo, ma gli chiede
di amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le
forze, come dice il Vangelo. Così, dalla onestà dei farisei, al
rifiuto del giovane ricco, allo scandalo di Giuda, l'abolizione
di Cristo dalla memoria che decide e guida la vita singola e
sociale, diventa peccato sociale. Una ovvietà della cultura
dominante: Cristo è un grande uomo, a patto che venga abolito,
come Cristo, dalla memoria. Tale abolizione diventa rinuncia
alla categoria suprema della ragione, la categoria della
possibilità. t assurdo, è inconcepibile, è impossibile. Mi
ricordo, ne "La fine dell'avventura" di Graham Green, che il
protagonista, 1ibero pensatore', va di sera tardi in casa
dell'amico cui era morta la moglie e ci trova il confessore
della moglie, un fraticello smilzo, piccolo, fragile, che lui
cerca di confondere attraverso una serie di invettive contro
l'immagine religiosa cristiana della vita e dell'uomo. E quel
povero fraticello, approfittando di un respiro dell'artista,
'libero pensatore', esclama timidamente: "Ma mi sembra di essere
più libero pensatore io di lei, perché è più libero pensiero
ammettere tutte le possibilità piuttosto che precludersene
qualcuna". là dalla abolizione della memoria di Cristo come
Dio-uomo che diventa possibile la lucidità isterica con cui
tanta cultura moderna rinnega Dio, ma lo diceva Nietzsche: "Se
togliamo Cristo, dobbiamo togliere Dio". Ma Cristo è un impegno
del mistero, irreversibile, col tempo umano; la Bibbia lo chiama "Alleanza
Eterna". Dio è fedele a se stesso, Cristo è lo svelarsi della
natura del mistero verso l'uomo. Che cos'è il mistero verso
l'uomo? Misericordia. La gratuità iniziale, originale, per cui
l'uomo è, si svela compiutamente nel suo cuore, nella sua
profondità affettiva. t misericordia. La risposta negativa
dell'uomo non risolve la grande questione di amore: Cristo si
implica nella totalità della esistenzialità stessa dell'uomo,
nella totalità della mia esistenza. L'idea che per il
cristianesimo la salvezza, cioè il senso positivo del mondo è
legato ad un punto infinitesimale che è il sì di una ragazza di
15, 16 o 17 anni al massimo, che viveva in uno sperduto
villaggio della Palestina, basterebbe a farmi capire il divino.
Così, sull'altro versante, un uomo viene baciato, in quella
notte, ed esclama: "Amico, a che sei venuto? Giuda, con un bacio
tradisci il Figlio dell'Uomo". Coinvolto con l'esistenzialità
umana, col gioco della sua libertà, secondo le movenze normali,
quotidiane di essa, implicato nella totalità dell'esistenza come
uomo, Cristo si rende bisognoso delle concrete, visibili cose
che l'uomo usa: l'acqua nel Battesimo, l'olio nella Cresima, il
vino e il pane nell'Eucarestia, la parola nella Confessione; il
gesto, dovunque. Ma la realtà storica totale di cui Cristo ha
bisogno per compiere la sua presenza al cammino dell'uomo verso
il destino, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato.
Dice il XVII capitolo di S. Giovanni: "L’unità di tutti coloro
cui è stato dato di conoscerlo". Inizio dell'unità totale
dell'umanità, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha
dato, la Comunità Ecclesiale,
"questo ambiente dell'esistenza redenta dell'uomo", come ci
disse Giovanni Paolo II il 29 settembre, la Comunità Ecclesiale,
esistenza redenta dunque non perfetta .... ambiente
affascinante, dove ogni uomo trova la risposta alla domanda del
significato per la sua vita, cioè Cristo centro del cosmo e
della storia. Perché non c'è nessun fascino nella vita più
grande che l'esplodere chiaro del significato. Perché il fascino
è l'attrattiva del vero, "pulchrum splendor veri" diceva S.
Tommaso. Così, in un certo senso, l'inizio cristiano non è
l'inizio di una religione e neanche di un'etica, ma di
un'estetica. L'etica verrà, come conseguenza, da un amore
destato, e l'amore è destato dalla bellezza, che è l'attrattiva
propria della verità. Comunità Ecclesiale: dove tutti i
temperamenti, tutte le storie, cioè tutti i movimenti, le
associazioni, scaturiscono dall'unica domanda di quel
significato e insieme, senza alcuna possibilità di dominio,
completandosi e aiutandosi l'un l'altro come grande ed
appassionata compagnia, fluiscono verso l'unica foce; la
testimonianza a tutto il mondo umano di Cristo morto e risorto.
Ma questa Comunità Ecclesiale è un popolo, o, come diceva Paolo
VI (25 luglio 1975) "una entità etnica sui generis", un popolo
di uomini: Dio non ha bisogno di santi, ha bisogno di uomini.
Così dunque Eliot descrive il cammino di questo popolo nel VII
Coro della Rocca: "Da quel momento sembrò come se gli uomini
dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo
attraverso la passione, il sacrificio, salvati a dispetto del
loro essere negativo, bestiali come sempre, carnali, egoisti
come sempre, interessati, ottusi come sempre lo furono prima,
eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a
riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce,
spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, ritardandosi,
tornando, eppure mai seguendo un'altra via". Questo Cristo ha
introdotto nella nostra vita, facendosi compagno nostro, la
dignità, la libertà come tensione all'infinito; se l'uomo è
rapporto con l'infinito, l'unica dinamica degna è la tensione ad
esso. Come un bambino che, nato, deve imparare a camminare, e
mille volte cade, e mille volte riprende, ma tutto in lui è
tensione al cammino e alla vita. Eliot prosegue: Ma sembra che
qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima, sebbene non
si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno
abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun Dio, e
questo non era mai accaduto prima; che gli uomini negassero gli
dei ed adorassero come dei la ragione o il denaro, il potere o
ciò che chiamano vita, razza, dialettica.
La Chiesa
ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa
possiamo fare? Deserto e vuoto, deserto e vuoto, perché deserto
e vuoto è il mondo là dove non c'è ricerca di un significato, e
tenebre sulla faccia dell'abisso. E’ la Chiesa che ha abbandonato
l'umanità, o l'umanità che ha abbandonato la Chiesa? Tutte e due. Quando la Chiesa non è più
considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno
dimenticato tutti gli dei, tranne l'Usura, la Lussuria e il
Potere". Il Dio dell'uomo è ciò che l'uomo è; ciò che l'uomo è,
è il suo Dio. Ma l'uomo non è lussuria, denaro e potere. Questi
dinamismi pretendono continuamente di definire l'uomo e l'uomo
può diventarne, soprattutto teoricamente, schiavo, prigioniero;
ma l'uomo è definito da qualche cosa di più, dove il calcolo è
travolto. Nonostante tutto, nonostante che l'uomo sia
attraversato continuamente dalla fame e sete della lussuria, del
denaro e del potere, affermare questo più, tendere a questo più,
vivere questa lotta e, nella propria fragilità, mendicare come
poveri lungo le strade, è il modo umano di vivere la gratuità,
di vivere cioè la propria vera natura, immagine di Dio, di
vivere quel rapporto con l'infinito, creatore per grazia. Tale
capacità di gratuità, questo scatto oltre il calcolo, verso
l'infinitamente grande che si è reso bisognoso della nostra
esistenza, è il test della vita. "Son venuto perché abbiano la
vita e la abbiano in sovrabbondanza", una vita che non sia
costretta a dimenticare o rinnegare nulla. Permettetemi di
citare questo brano del Diario di Kierkegaard: "Il rapporto di
negatività polemica che il paganesimo metteva fra l'idea di una
vita futura e l'esistenza presente, si vede anche dall'obbligo
che le anime avevano, giungendo ai Campi Elisi, di bere l'acqua
del fiume Lete". Per entrare nel loro paradiso i pagani
credevano che le anime dovessero prima bere l'acqua del fiume
Lete, che nella radice greca vuol dire "dimenticare": per essere
felici nell'al di là, bisognava dimenticare tutto. Ma questa è
la norma per ogni ideologia, teorizzata o implicata nel modo di
vivere. Il Cristianesimo invece insegna che dobbiamo rendere
conto, che ha un valore eterno anche una parola detta per
scherzo. Ciò significa, tra l'altro, la presenza totale del
nostro passato, anche se un altro Lete, la misericordia, ce ne
toglie il lancinante dolore: è il mutamento profondo, la
conversione profonda del significato del mio stesso male. Il
Vangelo dice: "Anche i capelli del tuo capo sono numerati". Una
vita che diviene se stessa, cioè sempre più vita, come diceva S.
Agostino: "La vita non deve passare, letteralmente, dalla
giovinezza alla vecchiezza, ma è la giovinezza che deve crescere
sempre di più". Ciò che S. Agostino affermava per esperienza
personale è testimoniato da una bellissima poesia di una
poetessa settantenne, grande anche se naturalmente oggi
dimenticata, Ada Negri, Giovinezza: "Non t'ho perduta, sei
rimasta in fondo all'essere, sei tu, ma un'altra sei, senza
fronda né fior, senza il riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto; un'altra sei, più bella. Ami, e non esigi
essere amata, a ogni fiore che sboccia o frutto che rosseggia o
pargolo che nasce, al Dio dei campi e delle stirpi rendi grazia
in cuore; non ami il fiore perché lo cogli e lo annusi, ma
perché è; non ami il frutto perché lo addenti, ma perché è; non
ami il bambino perché è tuo, ma perché è". Questa è la gratuità
resa vita quotidiana, che riverbero nello sguardo a chi vive
vicino!, che riverbero nel pensiero e nel travaglio per gente
ignota che viva lontano!, che riverbero di missione! In fondo il
Cristianesimo realizza l'immagine che Victor Hugo, in un
bellissimo brano del suo Le Conteplation intitolato: L'Eremita,
descrive. Si immagina questo eremita che si alza al mattino
presto, all'alba, e cerca alla luce della candela di cominciare
a leggere e meditare il suo testo. Man mano che legge, il sole
si alza e cresce, e così, nello stesso tempo, nella sua anima sì
fa luce, non dalla giovinezza alla vecchiezza; è la giovinezza
che deve crescere sempre. "Non fidatevi dell'amore" è l'ultimo
ricordo di Paul Valery ai suoi amici. "Noi abbiamo creduto
all'amore" è il messaggio di Giovanni. "So bene che Dio non mi
ama, come potrebbe amarmi? E tuttavia in fondo a me, qualcosa,
un punto dì me, non può impedirmi di pensare, tremando di paura,
che forse, malgrado tutto, mi ama", dal primo quaderno di Simone
Weil. Questo è ciò su cui non può non attestarsi la nostra
umanità, per quel poco di purità che mantenga. C'è un unico vero
delitto, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi,
che ha bisogno di noi. "Sento che la mia nave - dice un buon
poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez - ha urtato là sul fondo in
qualcosa di grande". La nostra nave che sta navigando per
l'Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di
grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto
come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel
diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non
stare mai tranquilli, mai più tranquilli.
Luigi Giussani
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