Tao Tze Bao
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Come si può parlare di “diritti umani” dove manca l’affermazione della dignità dell’uomo, di ogni singolo uomo?
Abbiamo tutti negli occhi le
immagini della repressione cinese in Tibet e delle
manifestazioni di protesta che hanno accompagnato il
percorso della fiaccola olimpica in tutto il mondo. Niente
di nuovo, nonostante il forte impatto mediatico: le
violazioni dei diritti umani in Cina sono all’ordine del
giorno e vengono sistematicamente praticate su larga scala.
È questa la situazione di un Paese dove vige un regime
totalitario, normalmente definito “comunista”, patria di un
nuovo ateismo scientifico. L’Occidente ha reagito con
studiata indignazione: invocando la retorica dei diritti
umani (come se questo bastasse a far cessare le pratiche di
morte dall’oggi al domani) e subito accontentandosi dei
formali e generici impegni presi da Hu Jintao. Sappiamo
tutti infatti quanto pesino sugli equilibri geopolitici
mondiali interessi economici come quelli legati alla
“macchina di Pechino 2008”, ormai inesorabilmente in moto.
Su una cosa però non si può non riflettere. Come si può
parlare di “diritti umani” dove manca l’affermazione della
dignità dell’uomo, di ogni singolo uomo? Non bisogna
dimenticare che sarebbe impossibile pensare a una Carta
fondamentale dei Diritti dell’uomo senza il riconoscimento
della centralità della persona. Ma, con buona pace di tutti,
non esiste “persona” senza religiosità: o l’uomo dipende dal
flusso dei suoi antecedenti materiali ed è una semplice
rotella di un ingranaggio economico sociale, oppure dipende
da qualcosa d’Altro, che sta all’origine del flusso delle
cose, oltre esse, e per questo è irriducibile ad ogni
potere.
Da questo punto di vista, tra Occidente e Cina le distanze
si sono accorciate. Una tacita complicità mira a negare il
fondamento della dignità dell’io e a censurare quei luoghi e
quei fatti che promuovono una coscienza autenticamente
religiosa, unico argine alla prepotenza del potere.
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